Affidarsi alla auto regolazione di qualcosa che non è naturale, bensì artificiale come la distribuzione della ricchezza, sarebbe come affidarsi al caso laddove il caso non esiste esattamente così come il destino è servo della volontà.

Ma anche quando si tagliano sprechi (che significa ricollocare la spesa pubblica in modo più razionale e proficuo) in realtà stiamo sempre parlando di soldi presi a debito sui quali paghiamo ingenti interessi.

Quello su cui noto che non ci si sofferma mai abbastanza è che quando parliamo di sovranità monetaria, reddito di cittadinanza, così come di tutte le manovre economiche o semplici bonus che siano di 80 Euro o più, non è sufficiente immettere nel circuito monetario nuove risorse se non si suppone anche di indirizzarle verso una circolazione virtuosa che per tale si intende funzionale alla ripresa economica. Pensare che dette risorse siano in grado di auto regolarsi, stante uno stato di squilibri di varia entità sia sul piano sociale che sui vari piani economico-finanziari, sarebbe equivalente a pensare che i mercati si auto regolano, teoria che si è dimostrata del tutto falsa.

E’ per questo che laddove dei correttivi si è deciso che debbano essere posti è bene che siano applicati in osservanza del rilievo della presenza delle lacune esattamente laddove le lacune si trovano e non altrove o a pioggia nella speranza che le lacune vengano colmate come in natura perché in economia la realtà ci ha ampiamente dimostrato che l’effetto sarebbe opposto, ovvero che le lacune andrebbero ad aggravarsi ed i vantaggi si accumulerebbero laddove già si sono accumulati per effetto della trascuranza delle disparità.

Non solo, ma a seguito della equa distribuzione delle risorse e l’indirizzamento della loro spesa sarà necessario il controllo che l’ordine eventualmente ripristinato continui anche in seguito.

Lo scopo di questo del pezzo è quello di dimostrare che la spesa, qualsiasi fosse la sua origine, se ha come scopo il rilancio economico nazionale è all’interno del medesimo alveo che dovrà produrre gli scambi.


Quindi in soldoni la spesa privata sostenuta dagli investimenti pubblici che presto andremo ad elencare dovrebbe essere indirizzata a beni di produzione italiana perché gli investimenti hanno lo scopo di sostenere l’economia italiana ed il Made in Italy.

Quali spese dovrebbero essere quindi impedite? Come avremo modo di sottolineare a più riprese le spese che andrebbero impedite con le risorse monetarie rimesse in circolazione sono i beni di importazione ma non solo. Nel quadro complessivo andremo a considerare anche tutte quelle fonti di spesa come finanziamenti, mutui e pagamenti rateali, derivanti da finanziamenti stranieri. Il caso tipico a cui ci riferiamo sono i finanziamenti derivanti da fonti straniere anche qualora l’intermediario fosse italiano. Un esempio eclatante sono i mutui ed i prestiti offerti dalle Poste Italiane che si finanziano presso Deutsche Bank, perché altrimenti verrebbe alimentato sempre di più il debito estero.

L’opinione pubblica così come la classe politica e dirigente infatti non tiene conto degli effetti collaterali di manovre economiche, così come anche il ventilato quantitative easing (QE) di Draghi alle famiglie ed alle imprese (si tratterebbe di una sospensione delle norme dello statuto della BCE in materia di finanziamenti privati), potrebbe avere sulla bilancia commerciale nazionale, fenomeno che abbiamo già avvicinato con il filmato dal titolo “Come funziona l’economia reale?” in cui spiegavamo i bilanci settoriali (guarda il video).

La domanda più banale che potremmo porci è la seguente:

L’emissione di moneta fresca nelle casse delle aziende e dei cittadini può da sola risolvere i problemi (di liquidità certamente) di ripresa economica?

 

Di fronte ad una prospettiva simile personalmente mi chiedo spesso:

Come verrebbero spesi dai cittadini i soldi emessi sia che si trattasse di QE che di RDC?

 

Stesso discorso dovrebbe essere fatto anche se stessimo parlando di una pura manovra economica di Governo. L’emissione di nuova moneta o tagli lineari per reperire finanziamenti non sono la soluzione a tutti i mali, specie se la spesa a cui sono destinati non viene indirizzata alla produttività interna.

In altre parole, per fare degli esempi: se con questi soldi i cittadini acquistano beni esteri e facendo la spesa in catene di supermercati a bandiera tedesca o francese (tanto per non fare nomi, rispettivamente LIDL e Auchan, peggio ancora che se non acquistati in catene italiane) non farò altro che produrre un’enorme fuga di capitali all’estero ed una bassa residualità reddituale (specialmente laddove le casse automatiche sostituiscono il personale) perché semplicemente il denaro invece che restare nelle tasche degli italiani in buona parte finisce ai proprietari delle catene appena citate (starniere).

Bene ha fatto il sindaco di Livorno a voler testare il reddito minimo garantito per l’ammortamento di bollette ed affitti (leggi l’articolo sul reddito minimo garantito pensato a Livorno). Questa è una parte della ricetta che con Economia 5 Stelle abbiamo suggerito al M5S in più riprese nei vari interventi e scritti per rendere più proficuo il RDC. La giunta livornese ci è arrivata da sola con l’effetto che tale provvedimento ancora al tessuto locale in parte ed in parte al resto dell’economia italiana la spesa delle somme erogate.

Si può fare meglio con i Certificati di Credito Fiscale  di Marco Cattaneo (CCF), i Certificati di Credito Erariali di Nino Galloni (CCE), oppure con il credito complementare o locale? Si vedrà in seguito ma già questa specifica applicazione proposta dalla giunta di Nogarin assolve in massima parte al problema che riteniamo  fondamentale.

Come devono essere spesi i soldi affinché venga messo a frutto al massimo la leva sul moltiplicatore fiscale (scopri cos’è il moltiplicatore in questo video) ed agevolino la ripresa ECONOMICA di un Paese?

E’ a questo punto che il primo riferimento deve diventare la nostra bilancia commerciale in rapporto a quella degli Stati con cui ci troviamo in diretta concorrenza.


COSA PREVEDONO LE REGOLE EUROPEE?

La normativa europea così com’è stata voluta dai Paesi aderenti a cominciare dalla Germania prevede che le bilance commerciali debbano rimanere entro certi parametri che sono non oltre il +6% di surplus (maggiore export sull’import) o il -4% (di deficit di export sull’import). Non solo ma se il tetto del 6% dovesse essere sforato per oltre 3 anni consecutivi verrebbero a maturare sanzioni europee contro quel Paese e conseguente imposizione di manovre correttive ad opera del Governo; la Germania lo ha fatto per 8 anni di fila senza incappare in nulla di tutto questo! (leggi l’articolo).

Se invece questa norma venisse applicata significherebbe di per sé una sorta di mutua solidarietà in quanto in questo modo il libero scambio delle merci garantirebbe equità negli investimenti e la conseguente omogeneità reddituale ed occupazionale in tutta l’Eurozona –  SE TUTTI COMPRANO LE MERCI DEGLI ALTRI ALL’INCIRCA QUANDO GLI ALTRI COMPARNO LE PRORPIE, TUTTI LAVORANO E PORTANO LA PAGNOTTA A CASA, altrimenti qualcuno farà la fame.

La normativa europea interviene per forzare un Paese con forte saldo attivo a spostare gli investimenti ed i necessari capitali sul suolo nazionale di chi presenta speculari deficit nella propria bilancia corrispondente alle eccedenze del Paese più forte.

Bilancia commerciale-01

Per fare un esempio banale, se Mercedes causa un’eccedenza commerciale nella bilancia tedesca che vada a superare il 6%, mentre il settore auto della Grecia, o (visto che il settore auto in Grecia è inesistente) più in generale la bilancia greca è in rosso, Mercedes (o meglio l’industria automobilistica tedesca) dovrebbe impiantare stabilimenti produttivi “eccedenti” in Grecia con lo scopo di equilibrare il rapporto economico e commerciale fra i due Stati.

Questa è normativa ufficiale europea (art. 121.2 del Trattato europeo) RICHIESTA ANCHE DALLA GERMANIA, non utopia.


COSA CAUSA UNA BILANCIA COMMERCIALE ECCESSIVAMENTE NEGATIVA

Presentare una bilancia commerciale a saldo negativo significa che le merci che vengono IMPORTATE sono maggiori delle merci che vengono ESPORTATE.

I principali effetti di un saldo passivo sono innanzitutto un aumento della disoccupazione dovuta al fatto che se non vengono esportate merci a sufficienza da una parte cala la produzione e quindi viene a crearsi un esubero di personale, e dall’altra determina scarsità di moneta proveniente dall’estero per  spingere i consumi interni ed eventualmente indirizzare la disoccupazione che si è venuta a creare in settori della produzione interna.

Si viene quindi a creare deflazione, ovvero scarsa liquidità visto che quella circolante viene spesa in merci straniere e quindi se ne va all’estero.

Entrambi questi fattori producono una maggiore emigrazione di fette di popolazione costretta a cercare altrove un reddito.

Questa generalmente si dirige verso i Paesi con forte export e relativa richiesta di forza lavoro in grado di sostenerlo.

Con il calo dei consumi interni e conseguente calo di produzione interna, le aziende cominciano a chiudere creando ulteriore disoccupazione e quelle che sopravvivono sono costrette ad operare una riduzione dei salari per rendere competitive le merci sul mercato estero (ma anche interno visto che la riduzione dei salari contrarrà la capacità di spesa dei cittadini).

Ulteriori tagli di spesa da parte delle aziende potranno riguardare il capitolo della ricerca e sviluppo causando così un arretramento rispetto ai concorrenti esteri e progressive ulteriori perdite di quote di mercato.

La conseguenza immediatamente collegata a questi fattori è che con meno fatturato complessivo si verificherà un calo del prelievo fiscale che indurrà il Governo a tassare sempre di più chi sopravvive generando squilibri anziché una equa redistribuzione del carico fiscale ed a ridurre la spesa pubblica (servizi & C.).

Il debito estero privato sarà in crescita proprio perché trattandosi di merci straniere mutui, acquisti rattizzati, ecc. espongono i consumatori al credito estero.

Infine la difficoltà di finanziare la spesa pubblica da una parte e il calo di PIL fanno aggravare il rapporto debito/PIL.


COSA PRODUCE UNA BILANCIA COMMERCIALE ECCESSIVAMENTE POSITIVA

Anche chi ha un forte saldo primario attivo rischia di passare i suoi bei guai. La Germania è costretta a creare i mini jobs e compensare il colmo di un salario normale con l’autentica carità fatta di rimborsi sulle bollette e quote dell’affitto di casa nonostante l’enorme surplus commerciale dovrebbe invece permettere aumenti dei salari per tutti.

Come mai invece non crescono i salari?

Un motivo potrebbe essere che, data l’enorme immigrazione di forza lavoro a basso costo (per esempio profughi o migranti da Paesi molto poveri) da una parte il sistema produttivo tenta di accontentare tutti e dall’altra coglie la palla al balzo per tenere bassi i salari con lo scopo di mantenere ridotti i costi delle merci da esportare così da riuscire ad inanellare export da record anno dopo anno fottendosene dei vincoli europei. Così lascia allo Stato il compito di realizzare politiche sociali e regole sul lavoro che accompagnino le politiche economiche.

Obbiettivo? Mettere più fieno possibile in cascina e guadagnare egemonia politica (diretta conseguenza del potere economico) sul piano continentale e internazionale.

Ovviamente tutti i segni negativi che abbiamo appena elencato diventano di segno opposto e fin tanto che il surplus è minimo e discontinuo non sussistono problemi perché seguendo il motto “vivi e lascia vivere” tutto funzionerà sia sul versante interno che su quello estero.

Ma quando si spinge il piede sull’acceleratore troppo a lungo i principali inconvenienti derivano generalmente in una forte immigrazione non sempre selezionata la quale da una parte può causare contrasti sociali legati ad esempio all’integrazione (non semplice se si tratta di immigrazione eterogenea di massa).

Questa se da un lato consente di mantenere, anzi di aumentare, la produzione interna fa vero e proprio cannibalismo delle economie dei Paesi in forte rosso commerciale.

Ciò produce due ovvie conseguenze:

1. collassando, le economie straniere il mercato estero si restringe progressivamente;

2. una volta superato il punto di non ritorno verrà desertificato, prosciugando i risparmi degli acquirenti, anche il proprio mercato estero. Chi comprerà i prodotti esportati se i clienti esteri sono troppo poveri?

Ma un altro fattore positivo è la riserva di valuta estera pregiata che si viene ad accumulare in attesa di cosa però? Di rimanere riserva o di essere spesa? E quando?

L’altra faccia della medaglia però è una crescente inflazione abbattibile con una sempre più elevata tassazione oppure con forti investimenti privati e pubblici interni che creino occupazione verso i sempre più crescenti immigrati.

Se apparentemente il modello economico con bilancia commerciale positiva può sembrare virtuoso in realtà è ovvio che non è possibile che tutti possano vivere di export e che questo sistema sia impostato su un modello competitivo cannibalista in cui c’è chi vince e chi perde causando attriti e disuguaglianze economiche, politiche e sociali.


In un sistema competitivo chiuso come quello europeo basato sulla reciproca concorrenza (l’opposto di quello che ci vuole in assenza di compensazioni come quelle vigenti negli USA e infatti il vincolo del 6% della bilancia servirebbe a quello) essere troppo in positivo per troppo tempo è un boomerang perché giunti ad un certo punto, se ti bruci i mercati, poi non solo smetti di vendergli le tue merci, ma vai in sofferenza perché le economie periferiche perdono la possibilità di ricrearsi.

Maggiore è il surplus di uno o più Stati maggiori saranno i deficit più o meno gravi negli altri.

Bilancia commerciale-02

fonte Trading Economics

Ecco che a quel punto buttare cash con l’elicottero senza indirizzarne la spesa su beni di produzione nazionale, non fa che aumentare lo sbilanciamento.

Ma veniamo ai fatti di casa nostra.


COME SI INTERVIENE IN CASO DI ALTA DISOCCUPAZIONE E DESERTIFICAZIONE IMPRENDITORIALE?

La bilancia commerciale italiana è passata da un complessivo -32 miliardi del 2013 ad un + 45 del 2014 (+3% della bilancia commerciale).

Tutto bene verrebbe da dire ma se entriamo nel dettaglio ciò che ha trainato il nostro export in realtà è una “vasta nicchia” costituita da lusso ed enogastronomia.

Ma come la mettiamo con la crisi agricola con produttori di latte ed agricoltori in sofferenza, piuttosto che con il settore immobiliare ed edilizio?

Mica ci campa tutta l’Italia su quella che abbiamo definito la vasta nicchia, giusto?

Un esempio ancora migliore di come non basti prendere i dati così superficialmente per rendersi conto del reale stato di salute di un’economia è senza dubbio l’Irlanda che segna un surplus eccezionale.

A differenza del surplus tedesco, fatto di export che va a mille legato sostanzialmente al traino tecnologico, il caso irlandese è l’esempio di un PIL drogato dalla massiccia presenza di investitori stranieri che sfruttano la bassa tassazione per trasferivi le proprie sedi legali ma non stabilimenti e produzione. Specialmente le aziende del settore dell’IT in realtà fanno profitti in tutti i Paesi europei lasciando la mancetta al Governo irlandese per ringraziare del favore (le basse aliquote fiscali) e tanti saluti. Quindi Irlanda con PIL da boom solo sulla carta perché il fatturato delle multinazionali si trasferisce in toto nelle casse delle medesime e non crea occupazione in loco.

Ecco dunque che ci troviamo in una situazione marcata dalle seguenti principali caratteristiche: deflazione (prezzi abbattuti dalla scarsa liquidità e dalla difficoltà nel riordino merci), imprese che chiudono (perché non producono abbastanza o non riescono a fare fronte al costo del lavoro) e consumi interni in calo (perché i beni nazionali o non vengono più prodotti oppure costano troppo).

La prima soluzione che verrebbe a chiunque è immettere denaro nel circuito economico come mettere benzina nel motore.

Ma è la soluzione migliore?

Premesso che da calcoli spannometrici effettuati dallo staff di Economia 5 Stelle prima di incorrere in una ricaduta sostanziale sull’inflazione occorrerebbero almeno 5 anni di spesa a deficit a botte da 100 miliardi prima di riscontrare i primi problemini, tanta è elevata la deflazione attuale, rimane il fatto appunto che di deficit si tratterebbe e nulla di male ci sarebbe se questo rimettesse in moto l’economia consentendo successivamente il rientro da tali e tante spese, ma in quanti anni riusciremmo a vederne gli effetti?

Il vincolo di bilancio non consente queste spese perché non viene dato il tempo necessario agli Stati di sforarlo per un numero di anni sufficienti. Il vincolo del 3% vale di anno in anno.

Allora si potrebbe contestare che tagliando le spese inutili o non strettamente necessarie e destinandole a nuove forme di welfare come il Reddito di cittadinanza si ovvierebbe a questo  problema.

Falso, perché comunque stiamo parlando di fondi stanziati dallo Stato, quindi sempre di spesa pubblica che grava sul rapporto debito/PIL.

Ecco che un’ipotesi di rilancio economico legato alla discesa del debito potrebbe essere l’adozione dei Certificati di Credito Fiscali e dei Certificati di Credito Erariali.

Di cosa si tratta?

Sostanzialmente stiamo parlando di crediti sulle imposte future che lo Stato può emettere e che consentiranno di pagare imposte per l’ammontare corrispondente non prima di due anni. In questo modo lo Stato potrebbe creare un vero e proprio reddito di cittadinanza perché questa manovra economica andrebbe a vantaggio di tutti, cittadini ed aziende modulandosi sulle esigenze di ogni fascia invece che premiare solo i disoccupati.

In questo modo le imprese potrebbero investire in ricerca, o maggiore produzione, ecc. ed i cittadini potrebbero colmare le buste paga insoddisfacenti. I genitori potrebbero investire in scuola e formazione per i figli oppure semplicemente permettersi di seguire meglio l’educazione dei figli e così via senza che si possa insinuare fra i cittadini il senso di ingiustizia nel RDC che va solo ad alcuni.

Nell’arco dei due anni che vanno dall’emissioni dei certificati alla loro scadenza, chi ha in mano questi crediti li può cedere a terzi (banche, aziende e privati) sotto l’egida di un rigido controllo sulle speculazioni, in cambio di denaro che altrimenti resterebbe fermo nei depositi bancari.

La compravendita di questi certificati non farebbe che rimettere in circolazione la liquidità necessaria senza che lo Stato prenda in prestito un singolo euro.

Inoltre nell’arco dei due anni previsti, la ripresa economica che si verrebbe a verificare consentirebbe allo Stato di rientrare del debito oggi esistente grazie alla normale leva fiscale.

Quindi più economia = più impiego = più produzione e consumi = riduzione del debito = ecc.

Scopri cosa sono i CCF.


PRENDERE LA TERZA VIA

Ma il problema di partenza rimane. Se non facciamo in modo di indirizzare la domanda aggregata verso consumi interni, assisteremo all’aumento del debito privato e al deflusso verso di capitali verso l’estero.

Agganciare i consumi non solo a beni nazionali ma anche influenzandone la scelta verso servizi e beni diversi da quelli consumistici, ad esempio verso la cultura o produzioni locali, ecc. consentirebbe al contempo un cambiamento culturale non più dettato dal mercato delle merci ma programmato dal Governo, ma questo è un altro discorso.

Resta il fatto che un’economia diversa è possibile solo influenzando i consumi ed indirizzando le scelte dei cittadini anche senza emettere un singolo euro.

Potremmo osservare però che alto o basso che fosse, il debito pubblico rimarrebbe denominato in euro e che il problema fondamentale è questo.

Quello di cui siamo ormai certi è che il sistema europeo è malfunzionante e crea immense lacune e disparità che vanno colmate a livello nazionale ma coordinato perché la soluzione è lungi da giungerci dall’euroburocrazia.

Siamo disposti a prendere in esame quanto sopra e nel caso del pezzo sul RDC alternativo proposto da Galloni-Calzolai (leggi l’articolo sul reddito di cittadinanza basato sul rimborso fiscale minimo garantito) e ragionare non più per semplificazioni o tifo ponendoci piuttosto l’obiettivo di trovare la soluzione ideale per tutti?

Allora l’alternativa restando nell’eurozona può essere soltanto un’area di scambio internazionale parallela poggiata su una propria moneta “sovrana” in cui il sistema vigente poco o nulla possa entrare.

Ecco che ci troveremmo di fronte ad un epocale cambio di rotta, magari transitorio, ma sicuramente al di fuori degli schemi imposti dall’odierno capitalismo finanziario.

E’ chiaro ormai che non si rilancia l’Italia con un piano economico miope come il RDC che ha come scopo il sostentamento di sopravvivenza come se fossimo in pieno periodo di guerra, e che qui occorre un nuovo piano Marshall fatto di una seria programmazione ed un piano industriale sul breve-medio-lungo periodo.

Siamo disposti a valutare questa ipotesi?

Esiste attualmente una concreta terza via?

SAREMO CAPACI DI PROSPETTARE QUESTA TERZA VIA?

ULTERIORI FONTI:
http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/mobile/index.php#Page?title=Balance%20of%20payment%20statistics&lg=it

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main?fn=srchFd&link=true&id=SEARCH%2FNEWS24%2FABGICrtB

http://www.tradingeconomics.com/euro-area/balance-of-trade

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Costantino Rover
Costantino Rover si occupa di comunicazione ed è un attivista indipendente autore su Scenari Economici e creatore di "L'Economia spiegata facile" su YouTube e Facebook. Collabora con alcuni dei massimi economisti italiani: A. M. Rinaldi e Nino Galloni.